Neve che si scioglie sempre prima. Stagioni sempre più brevi. Maestri di sci che diventano una specie rara. Mentre i numeri parlano chiaro, il turismo montano continua a rincorrere modelli obsoleti: piste artificiali, comfort da resort, e identità che si perdono tra DJ set e menù fusion.
Ma cosa accadrebbe se invece di inseguire la neve, cominciassimo ad ascoltare il territorio?
E se l’ospitalità tornasse a essere un ecosistema vivo, capace di generare valore reale e duraturo?
In questo articolo parlo di come il concetto di JOMO (Joy of Missing Out) può ispirare un nuovo modo di pensare il turismo in montagna: più lento, più trasformativo, più umano.
Un altro inverno anomalo. Un’altra spia accesa su un sistema turistico che, per cause diverse, ci sta costringendo – volenti o nolenti – a ripensare tutto.
Non è solo colpa della neve che non cade più, o dei dati che mostrano impianti chiusi e maestri di sci in fuga. È il segnale, forte e chiaro, che il modello turistico dominante è probabilmente arrivato al capolinea. Come consulenti, esperti, operatori, non possiamo più raccontare che “andrà tutto bene” se continuiamo a proporre le stesse soluzioni turistiche di dieci anni fa.
Il turismo, oggi, ci chiede visione.
E l’unica risposta possibile è quella di un cambiamento radicale: trasformare i territori da palcoscenici da consumare a ecosistemi di valore condiviso, dove il viaggiatore non si limita a soggiornare ma lascia e riceve qualcosa. Non è più il tempo dell’hotel vetrina: serve l’hotel che partecipa, che si sporca le mani nella vita del luogo, che semina futuro.
Un inverno sempre più povero di neve
Le stagioni sciistiche sulle Alpi stanno cambiando. Il calo delle nevicate, sempre più evidente soprattutto al di sotto dei 2000 metri, non è più un evento eccezionale ma una nuova normalità. Secondo i dati, la durata del manto nevoso si è accorciata di circa 38 giorni dal 1960 al 2017, con una perdita fino al 60% dell’altezza della neve sotto i 2.000 metri. Si prevede che, entro il 2100, solo le località sopra i 2.400 metri potranno contare su un innevamento naturale sufficiente.
I paesaggi si presentano brulli, discontinui, segnati da piste incomplete e seggiovie ferme. Le immagini parlano più dei numeri: montagne con poca neve, rifugi deserti, turisti disorientati. La natura sta modificando le sue regole e ci impone di cambiare le nostre.
Il conto per le località turistiche di montagna
Le economie locali che per decenni si sono sostenute grazie al turismo invernale oggi affrontano un bivio.
La scarsità di neve ha conseguenze dirette sulle stazioni sciistiche, soprattutto quelle situate a quote più basse. Molte località dipendono fortemente dal turismo invernale, e la riduzione delle nevicate compromette la loro capacità di attrarre visitatori. L’uso crescente di neve artificiale, sebbene possa sembrare una soluzione temporanea, comporta costi elevati e solleva preoccupazioni ambientali. Inoltre, il numero di impianti di risalita dismessi è in aumento: attualmente, si contano 265 strutture non più funzionanti, un dato raddoppiato rispetto al 2020.
Da un lato, si rincorre l’illusione della sostenibilità economica con l’innevamento artificiale e la programmazione a tutti i costi. Dall’altro, si comincia ad avvertire l’urgenza di diversificare, di ripensare completamente il ruolo della montagna. Non bastano più pacchetti standard e settimane bianche: serve una visione, una nuova identità.
Professioni da ripensare, territori da reinventare
La crisi colpisce anche chi nella montagna ci lavora da sempre. I maestri di sci, figure storiche e spesso simboliche, si trovano oggi a fare i conti con stagioni ridotte, incertezza lavorativa e mancanza di prospettive. Ma questa crisi può diventare anche un’opportunità per creare nuove professionalità legate alla montagna: educatori ambientali, guide culturali, esperti di outdoor esperienziale. Il territorio ha bisogno di essere raccontato con occhi nuovi e vissuto in modo più profondo.
Verso un nuovo modello di turismo: l’approccio JOMO
Di fronte a queste sfide, emerge la necessità di ripensare l’offerta turistica nelle regioni alpine. Il concetto di JOMO (Joy of Missing Out) propone un turismo lento e consapevole, in cui l’accento è posto sulla qualità dell’esperienza piuttosto che sulla quantità di attività svolte. Questo approccio invita i visitatori a immergersi nella cultura locale, apprezzando il patrimonio, le tradizioni e il ritmo di vita delle comunità montane.
Valorizzare le comunità montane attraverso esperienze autentiche
Le comunità alpine custodiscono un ricco patrimonio culturale e tradizioni secolari. Creare percorsi immersivi che permettano ai turisti di partecipare attivamente alla vita locale può rappresentare un’alternativa sostenibile al turismo di massa. Ad esempio, l’iniziativa delle Comunità Ospitali a Val di Nizza ha trasformato una ex scuola in un hub per il turismo esperienziale, offrendo attività legate al ciclo-escursionismo e al benessere.
L’ospitalità non può più permettersi di restare ferma a guardare. Il mondo cambia, i viaggiatori cambiano, e le strutture devono svegliarsi dal letargo dell’all inclusive.
Si parla spesso di value creation, e va benissimo. Ma la verità è più semplice di qualsiasi anglicismo da convegno: o porti valore a chi arriva e a chi vive lì, oppure stai solo facendo turismo usa-e-getta.
Eppure, ancora oggi, molti hotel sembrano aspirapolvere del territorio: catturano tutto – flussi, visibilità, profitti – ma non restituiscono nulla. Il turista arriva, vive un’esperienza isolata e riparte senza aver messo davvero piede nel luogo. Se ne va senza un volto, senza una storia, senza sapere dove fosse. E questo, più che turismo, è solo consumo sterile.
Il punto è che le strutture ricettive devono smettere di chiudersi in bolle dorate, autosufficienti e scollegate da tutto il resto. È ora che si trasformino in attivatori del territorio: non solo luoghi che accolgono, ma spazi che generano valore diffuso. Che raccontano il territorio, che mettono in rete artigiani, esperienze, prodotti veri.
E attenzione: non confondiamo “valore” con il concetto di lusso ostentato. Una SPA a 2400 metri, ostriche e champagne nei rifugi di montagna o il pesce fresco in alta quota non sono esempi virtuosi. Pensiamo davvero che questo sia portare valore al territorio? Oppure è solo un altro modo per renderlo artificiale, staccato dalla sua identità?
Perché sì, parlare di ecosistemi dell’ospitalità ha un senso profondo: o si costruisce qualcosa insieme, oppure si resta soli, e si affonda un pezzo alla volta.
E poi dai, diciamocelo: non è molto più figo dire “grazie a noi il borgo (la comunità, il territorio) è rifiorito”, piuttosto che proporsi con l’ennesimo drink esotico al tramonto su un rifugio con la vista sulle meravigliose Dolomiti con il dj che diffonde musica ad alto volume?