Il viaggiatore JOMO e il turismo che lascia il segno

Il viaggiatore JOMO e il turismo che lascia il segno

Oggi vi porto in un viaggio diverso. Uno di quelli che non si misura in chilometri, ma in emozioni.
È un percorso che attraversa l’Etna, la laguna di Venezia, i Sassi di Matera e i piccoli borghi italiani che resistono alla fretta. Ma soprattutto, è un viaggio dentro una nuova idea di turismo: lenta, consapevole, trasformativa.
Scopriremo insieme cosa vuol dire viaggiare con il cuore aperto e il telefono in tasca, pronti a vivere momenti che non hanno bisogno di essere postati per essere ricordati.
Benvenuti nel mondo del JOMO – Joy of Missing Out. Ora mettetevi comodi, e iniziamo a raccontare.

Quando il Turista diventa Viaggiatore

Può esistere un modo diverso per trasformare una vacanza in un viaggio attraverso il rapporto che riusciamo a stabilire con un luogo, un territorio? E ancora. Può esistere la consapevolezza che quello che viviamo durante il viaggio rimane impresso nella nostra memoria, il ricordo che ti riporta indietro alla tua felicità, e non nei nostri cellulari? Possiamo, come operatori del Turismo, modificare questo approccio?

Oggi si cammina, per esempio, tra le calli sconosciute di Venezia, con lo sguardo concentrato sul nostro telefono alla ricerca del luogo “perfetto” per un selfie da “disperdere” in qualche feed social o semplicemente per apparire, affidando al quel selfie la testimonianza della nostra presenza. E mentre camminiamo tra le calli, ci perdiamo i colori, gli odori, le sfumature che i nostri occhi e la nostra memoria potrebbero trattenere per sempre.

Ci sono viaggi che si ricordano per la bellezza dei luoghi, altri per le persone incontrate, alcuni li archiviamo in una cartella del telefono, tra centinaia di foto. Altri invece, li custodiamo nella memoria sensoriale: il profumo della zagara in primavera, la voce roca di un artigiano che racconta la sua storia, la carezza del vento su una scogliera affacciata sul mare di un colore intenso tra il blu e il verde. Questi ultimi, sono i viaggi che ci cambiano. E sempre più spesso, sono viaggi che nascono da una scelta consapevole: quella di rallentare, di non avere fretta, di lasciarsi sorprendere. Una scelta che oggi ha un nome: JOMO, Joy of Missing Out.

In un mondo che ci ha abituati a voler vedere tutto, sapere tutto, fare tutto, il turismo ha seguito lo stesso impulso. Per anni abbiamo corso tra monumenti e musei, mappa alla mano, guidati da una sola ansia: non perdere nulla. Il FOMOFear of Missing Out – ha costruito l’immaginario del turista moderno: curioso, ma sempre di corsa; affamato di contenuti, ma spesso disconnesso dalla realtà che lo circonda.

Eppure, questa corsa ha avuto un prezzo. Abbiamo trasformato le città in scenografie, svuotato i centri storici dei residenti, dato più valore alla condivisione immediata che all’esperienza vissuta. Il turista FOMO fotografa, ma non ascolta. Visita, ma non respira. E finisce per consumare il territorio, invece di incontrarlo davvero.

Ed è qui che inizia il nostro viaggio. Un viaggio nuovo, che non ha a che fare con la distanza percorsa, ma con il modo in cui scegliamo di stare nei luoghi. JOMO non è solo una reazione al FOMO, è una filosofia. È la gioia di non dover rincorrere tutto, ma di scegliere ciò che conta. È il privilegio di fermarsi, di godere del silenzio, di vivere il tempo in sintonia con ciò che ci circonda.

Questo approccio ha un nome ben preciso nel turismo: esperienza. Ma attenzione, non quella addomesticata e pensata solo per intrattenere, bensì quella che coinvolge, che emoziona, che trasforma. Come scrivevo nel 2022, per un cliente che mi chiedeva una consulenza sulla sua attività, in un documento strategico sul turismo esperienziale legato all’Etna, il vero viaggio accade quando chi vive un territorio apre le porte della propria bottega, della propria casa, del proprio vissuto, e lo condivide. In quel momento, il turista smette di essere tale, e diventa viaggiatore.

Il turismo esperienziale è, dunque, anche turismo trasformativo. Accade quando l’artigiano non vende solo un oggetto, ma racconta la sua storia; quando una guida non recita una lista di date, ma condivide emozioni; quando il ricordo non resta in una fotografia, ma si imprime nella pelle attraverso un gesto, un odore, un materiale toccato. Quel ricordo non è solo memoria. È un frammento di trasformazione. È ciò che rende quel viaggio irripetibile.

In questo tipo di turismo, il viaggiatore non consuma ma si immerge. Non scatta compulsivamente, ma ascolta, osserva, partecipa. E soprattutto, riconosce il valore dei luoghi che sta vivendo e non solo visitando. Perché non esiste turismo autentico senza comunità viva. Un luogo svuotato dei suoi abitanti è solo un set. E il turismo che vive solo nel presente, senza pensare al futuro, porta con sé una desertificazione umana e culturale che non possiamo più ignorare.

Il JOMO, quindi, è anche una scelta etica. È consumo critico. È rispetto. È il desiderio di ricostruire un equilibrio tra chi viaggia e chi accoglie. È il riconoscimento che il vero lusso, oggi, non è la velocità, ma la qualità del tempo. Non è vedere tutto, ma vivere qualcosa di vero.

Sempre più realtà turistiche in Italia stanno abbracciando questo modello. Si va dall’Etna, dove il respiro della montagna si mescola alle storie delle guide locali, ai piccoli borghi della laguna veneziana, dove il silenzio e il profumo della cucina diventano parte dell’esperienza. A Matera, dove i Sassi non sono solo pietra ma testimonianza viva di comunità resilienti. O ancora a Grottole, dove si può vivere come un abitante temporaneo, contribuendo alla rinascita di un territorio che sceglie l’accoglienza lenta e profonda.

JOMO è questo: un viaggio che lascia il segno. Un modo di stare nei luoghi che genera relazioni, che ascolta prima di raccontare, che non rincorre ma accoglie.

Chiudo con una citazione da “Solo Bagaglio a mano” di G. Romagnoli

“[..] perdere è avere un’occasione. Invece si ha paura di perdere e/o di perdersi. A tutte le latitudini “smarrire”, “smarrirsi” sono verbi vietati. Siamo circondati da indicazioni, cartelli stradali, navigatori satellitari, mappe sul cellulare. Poi un giorno ho incontrato Tony Wheeler ideatore delle Lonely Planet, …, e gli ho sentito dire: <Il più delle volte ho trovato quel che cercavo quando mi sono perso>”

E allora, la prossima volta che partiamo, proviamo a lasciare il cellulare nello zaino. Non abbiate paura di perdervi qualcosa. Anzi: scegliete con gioia di perdervi. Potreste trovare molto di più.

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